LA BELLA E LE BESTIE di Kaouther Ben Hania

12 APRILE 2019 – Donne, Società e Religioni

Presentato nella sezione Un Certain Regard dell’edizione 2017 del Festival di Cannes, LA BELLA E LE BESTIE di Kaouther Ben Hania è un affresco della Tunisia contemporanea, un film denuncia sulle condizioni della donna in un paese musulmano dove il processo di democratizzazione della società e delle sue istituzioni, avviato dalla Rivoluzione dei Gelsomini, è ancora incompiuto in termini di libertà e garanzie all’interno di uno stato laico ancora immaturo. Ispirato ad una storia vera, il film, uno sguardo forte e lucido sulle ipocrisie e le contraddizioni della società tunisina dal chiaro significato politico, racconta l’odissea di Meriem tra ospedali, cliniche, questura e distretti di polizia. Un viaggio nella profonda corruzione del Paese.

Siamo a Tunisi, in discoteca. Mentre passeggia sulla spiaggia con Youssef, conosciuto in quella occasione, Meriem viene assalita e stuprata da un gruppo di poliziotti. Per lei ottenere giustizia sarà quasi impossibile, da accusatrice diventa accusata, vittima due volte dei soprusi contro le donne, a cui viene negato anche il diritto alla difesa. Un film attualissimo sulla mancata emancipazione delle donne, sul riemergere di un maschilismo violento e misogino che prende di mira il corpo delle donne, sulla solitudine delle donne che cercano giustizia. Non solo in Tunisia.

 

Alla presenza della attrice Mariam Al Ferjani e di Francesca Bellino, scrittrice e giornalista, esperta di Mediterraneo, mondo arabo, donne, cultura.

—–

Primavera araba: rivolta o rivoluzione?

Seppur le rivolte in Tunisia siano cominciate molto prima del 17 dicembre 2010, questa data è entrata nella storia del Mediterraneo perché indica il giorno in cui il giovane Mohamed Bouazizi si dà fuoco in segno di protesta per le condizioni economiche del paese a Sidi Bouzid, piccolo centro nel sud della Tunisia, aprendo la strada all’esplosione del malcontento di tutto il paese, malumore che poi contagia l’intera regione. Tra il 17 dicembre 2010 e il 14 gennaio 2011, giorno in cui il presidente Zine El-Abidine Ben Ali lascia il paese – dopo 23 anni al potete –, si delinea una nuova pagina della storia del Mediterraneo che sorprende sia il mondo arabo-musulmano, sia il resto del mondo, e che cambia completamente lo scenario geopolitico.

Segue un estratto del romanzo di Francesca Bellino Sul corno del rinoceronte (L’asino d’oro edizioni, 2014) ambientato tra Italia e Tunisia proprio nei giorni cruciali della cosiddetta “primavera araba”, a cavallo tra il 17 dicembre 2010 e il 14 gennaio 2011. La voce narrante è Mary, un’antropologa italiana accorsa in Tunisia il 15 gennaio 2011 per raggiungere l’amica Meriem, originaria di Kairouan, e assiste al risveglio di un paese libero, sospeso tra festa e protesta.

 

Sul corno del rinoceronte

“Fuori dal taxi echeggiano ancora i rumori della rivolta. L’aria è densa a causa del fumo dei gas lacrimogeni e della spazzatura bruciata. Ai canti striduli delle donne seguono slogan intonati da uomini e voci rese metalliche dai megafoni. Tra i palazzi bianchi e i falò di immondizia i giovani non si stancano di chiedere giustizia, né di festeggiare l’inizio della nuova era. Nei loro occhi arde un fuoco, quel fuoco sacro di chi è pronto a rischiare la pelle per ottenere ciò che gli spetta. Ma a chi stanno parlando quei giovani? Sono pronti a vivere la libertà?

Rannicchiata, con il cuore che rimbomba in ogni angolo del corpo, penso a quando ero bambina e i miei genitori mi lasciavano sola a casa. Non so di preciso quando è stata la prima volta in cui l’appartamento rimase del tutto a mia disposizione, ma ricordo bene la gioia che provavo nel momento in cui la porta si chiudeva e io potevo impossessarmi di tutto lo spazio, non condiviso, da figlia unica, con nessun fratello o sorella. Non ero forse pronta per gestire la libertà assoluta, ma feci esperienza e cercai le mie regole. Mi spogliavo e, nuda, cantavo e saltellavo in tutte le stanze. Mi sentivo una farfalla, bella e leggera.

Mi dico che forse i tunisini stanno vivendo la stessa emozione, anche se la loro casa non è ancora libera. La Tunisia è un paese corrotto. Pochi i diritti civili. È un territorio di conquista per le corporazioni mondiali. Può esserci un grande progetto dietro le proteste che né io né altri siamo in grado di immaginare o comprendere ora. Forse qualcuno sta manipolando le masse per interessi economici o politici, eppure quel poco che vedo ha un alone di meraviglioso.

La Tunisia potrebbe entrare nella storia come il primo paese arabo capace di mandare via un presidente grazie all’urlo assordante della gente. Difficile prevederlo! Del resto le rivoluzioni non si attendono. Avvengono all’improvviso. Non si programmano. Le rivoluzioni sono caratterizzate dall’effetto sorpresa.

Quello che sta accadendo in Tunisia riguarda anche me. Riguarda tutto il Mediterraneo. Ma io, spettatrice occasionale, cosa posso saperne dello strazio dei tunisini? Cosa del dolore dei popoli arabi? Rinchiusa in questa carcassa color lucertola avverto una grande rabbia esplodermi dentro. Mi sento come i tunisini prigionieri nel loro Paese. Controllati, spiati, frustrati impossibilitati a muoversi. Costretti a vivere da zombie o zittiti da una museruola invisibile. Devo indagare su cosa sta accadendo intorno a me. Ne ho l’obbligo umano e professionale. E’ una rivolta o una rivoluzione? E quando una rivolta diventa rivoluzione?

Anche queste risposte sono negli occhi della gente. Lo sguardo del ragazzo malmenato dai poliziotti era molto diverso da quello vuoto e perso dei tunisini ammucchiati sui marciapiedi la scorsa estate. Il suo era lo sguardo di chi ha reagito. Di chi è passato attraverso la paralisi del nulla e ne è uscito.

Da questo tipo di sentimenti nascono le rivolte: eventi chiusi, circoscritti, spesso brevi. Le rivoluzioni, invece, sono processi di trasformazione lunghi e complessi. Non è facile capire se mi trovo nel mezzo di una rivolta o all’inizio di una rivoluzione, ma di una cosa sono sicura, perché l’ho letta su un libro di Kapuscinski: “perché un popolo s’infiammi al punto da far esplodere una rivoluzione, non basta che sia oppresso, ridotto in misera e manipolato dal potere, ma è necessario che sia consapevole e stanco della sua condizione e che percepisca l’oppressione, l’indigenza e lo sfruttamento come qualcosa di anormale, di inammissibile, di abominevole. E che dunque la rifiuti”.

—–

La condizione femminile in Tunisia

La condizione femminile in Tunisia ha una storia unica e imparagonabile a quella degli altri Paesi del mondo arabo-musulmano. Le donne in Tunisia godono di diritti maggiori sin dal 1956 anno in cui il presidente dell’epoca Habib Bourghiba promulgò il famoso Codice dello statuto personale del 13 agosto che abolì la poligamia, storico documento che segnò la strada al presente e al futuro delle donne tunisine, da subito riconosciuto nel Paese per il forte impatto riformista, che ancora oggi viene ricordato e celebrato ogni 13 agosto, data istituzionalizzata come “Giornata nazionale delle donne”.

Oltre all’abolizione della poligamia, fu annullata la libertà di ripudio da parte del marito verso la moglie che permesse dunque alle donne di poter far richiesta di divorzio civile da ambedue le parti. Fu inoltre stabilita un’età minima per i matrimoni religiosi rendendo obbligatorio il consenso di entrambi i coniugi. L’anno successo le donne conquistarono anche il diritto di voto e nel 1959 la possibilità di accedere alle cariche pubbliche.

La Costituzione tunisina del 1959 favorì ulteriormente le donne stabilendo il “principio d’uguaglianza” in vari settori, consentendo loro di entrare in settori dell’occupazione non tradizionali (la medicina, l’esercito, l’ingegneria, sistema giudiziario ecc.) e offrendo loro la possibilità di aprire conti bancari in autonomia e di accedere all’establishment delle imprese. Nel 1962, inoltre, fu introdotta la possibilità di controllare le nascite tramite la contraccezione, mentre nel 1965 fu legalizzato l’aborto (13 anni prima dell’Italia).

Dagli anni Sessanta a oggi ancora tante battaglie sono state condotte dalle donne e tanti passi in avanti sono stati fatti per la tutela dei loro diritti. Le donne sono scese in piazza per rivendicare “giustizia, dignità e libertà” durante le settimane di rivolte scoppiate dalla fine del 2010 fino al 14 gennaio 2011, giorno della cacciata del presidente Ben Ali, dopo 23 anni di “dittatura”. Così come sono state in prima linea della costruzione della nascente democrazia del paese nordafricano.

Nella Nuova Costituzione tunisina adottata nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 2014 con l’art. 46 si impone allo Stato la protezione dei diritti già acquisiti dalle donne e al contempo si incoraggia l’empowerment e l’acquisizione di nuovi diritti. Il terzo comma dello stesso articolo introduce delle “quote rosa” poiché stabilisce che lo Stato deve facilitare la partecipazione delle donne nelle assemblee elette, in modo da realizzare la parità nei confronti dell’uomo.

Tra i maggiori obiettivi raggiunti che hanno marcato un passo avanti nel processo di modernizzazione della società tunisina, c’è stata la riforma di legge sulla violenza sulle donne approvata il 26 luglio 2017, una tappa importante nel percorso tanto ambito da molti tunisini: giungere alla parità di genere stabilita dall’art. 46 della Nuova Costituzione. Un punto centrale della trasformazione che la riforma mette in atto è il passaggio della violenza da questione privata a questione di Stato. La nuova legge, infatti, passa nelle mani dello Stato, in quanto Garante Supremo dei cittadini, anche le denunce fatte e poi ritirate da donne spaventate o minacciate, oltre ad aumentare le pene per gli stupratori in casa e negli spazi pubblici, fino a punire lo “stupro incestuoso” con l’ergastolo. Tra i promotori delle modifiche di legge, in prima linea ci sono state le associazioni femminili tra cui la più longeva, l’Associazione tunisina delle donne democratiche (ATFD).

Significativa anche la data del 12 giugno 2018, giorno in cui il Comitato per le libertà individuali e l’uguaglianza (COLIBE), creato dal presidente Beji Caid Essebsi il 13 agosto 2017, ha pubblicato un rapporto noto come “Le rapport COLIBE” in si chiede al Parlamento una legge che garantisca alle donne pari diritti ereditari.
«Annuncio la revisione del Codice di statuto personale poiché il nostro riferimento resta la Costituzione e non il testo coranico – ha detto il presidente – Questo nuovo progetto di legge lascia la libertà a coloro che vogliono applicare la parità nell’eredità ma anche a quelli che vi si oppongono e vogliono applicare il testo religioso».

Anche 4 luglio 2018 è da ricordare nella storia delle donne tunisine: a Tunisi è stata eletta il primo sindaco donna, la farmacista 54enne, Souad Abderrahim, ex deputata, militante del partito islamico Ennhadha che non indossa il velo.